|
IL
SAN CRISTOFORO DI SPURANO
"L'affresco
del San Cristoforo, assieme ai citati affreschi della
parete di sinistra, costituisce il nucleo più
antico dei dipinti presenti nella piccola chiesa dedicata
ai Santi Giacomo e Filippo.
Probabilmente è l'unico ad essersi salvato dalle
successive stesure di scialbo di cui l'ultima, assai
sgradevole, di colore arancio.
All'epoca di tale intonacatura ed imbiancatura si è
solo provveduto a regolarizzare l'incorniciatura coprendo
l'originale, che ha un motivo di perle stese a calce,
con una cornice grigia a righe su fondo arancio, realizzando
un basamento di supporto al Santo e coprendo conintonaco
la parte alta dell'affresco, che presentava una cornice
a meandro assonometrico. Gli elementi decorativi originali
risultano pertanto identici a quelli che compaiono sulla
parete di fronte.
Nel
corso del recente restauro di cui mi sono occupata (maggio-luglio
1999) si è provveduto a recuperarli; fortunatamente
si trovano ancora in buono stato di conservazione. L'occasione
del restauro mi ha permesso di analizzare il dipinto
a luce radente, a distanza ravvicinata e di essere a
contatto tattile con l'opera. Ho tratto così
alcune osservazioni dall'analisi; la più evidente
è che il dipinto è stato eseguito in due
"giornate" in contemporanea con la figura
dell'orante a sinistra e il decoro della finestrella.
Il pittore ha utilizzato pertanto una tecnica a "pontate".
A luce radente si può osservare che le due stesure
non si sono ben legate fra di loro poiché il
primo intonaco era già in fase di carbonatazione
avanzata quando è stata stesa la seconda giornata.
Anche i toni dei colori sono assai diversi fra le due
stesure.
Sempre a luce radente si è potuto osservare che
i panneggi e gli incarnati sono stati realizzati secondo
una pratica assai diffusa nella prima metà del
X secolo, riscontrabile per esempio negli affreschi
dell'abside dei San Vincenzo a Galliano - Cantù
e in Sant'Ambrogio vecchio a Prugiasco nel Canton Ticino,
che rimanda alla tradizione aulica bizantina. Osservando
le mani o il volto della figura si nota il sovrapporsi
delle stesure secondo uno schema operativo che parte
da un tono medio per poi realizzare una prima ombra
più scura, una seconda ombra ancora più
scura, una luce più chiara della base, una lumeggiatura
bianca finale e uno scuro più profondo sui particolari
del volto. La stratificazione delle stesure realizzate
con colori stemperati nella calce risulta assai precaria
e le numerose abrasioni ne denunciavano il fatto.
Assai
interessante è stato osservare il motivo delle
perle stese a calce la cui consistenza sembra suggerire
la reale incastonatura sulla parete. Il pittore ha utilizzato
il motivo sia per la cornice sia per decorare la corona
e le vesti del santo, in quest'ultimo caso alternando
le perle a grossi smeraldi e altre pietre preziose.
Il
sistema ornamentale a cabochon così come gli
accostamenti cromatici - l'accensione del rosso ematite
accanto all'ocra gialla sulla dominante blu intensa
- ci rimandano sicuramente al mondo delle arti suntuarie,
agli smalti, all'oreficeria prodotta in Lombardia in
età carolingia ed ottoniana.
Il Vergani in un intervento del 1993 (1)
ha sottolineato il rapporto tra gli affreschi coevi
di Galliano e prodotti orafi longobardi e ottomani conservati
in zona (la corona votiva di Teodolinda al Duomo di
Monza, le due croci gemmate di Agilulfo e Berengario)
ribadendo ed ampliando le riflessioni di Lorenzoni (2)
circa l'affinità tra gli stessi affreschi e gli
sbalzi dell'altare d'oro di Sant'Ambrogio realizzato
verso la metà del IX secolo dall'orafo Vuolivinius
su commissione dell'arcivescovo di Milano Angilberto
II.
La
critica da Toesca a Bertelli (3)
ha inoltre sottolineato per gli affreschi di Galliano
lo stretto legame esistente con la cultura figurativa
romano-imperiale e paleocristiana, così come
il forte richiamo alla tradizione ornamentale delle
decorazioni del V/VI secolo in Italia centrale.
Ebbene, credo che queste osservazioni possano valere
anche per il dipinto del San Cristoforo di Spurano realizzato
con un linguaggio aulico - da leggersi nel forte segno
grafico e nell'assenza di chiaroscuro - da un autore
che si accosta al mondo ottomano nell'adozione di formule
decorative ad imitazione orafa e si ispira a modelli
della tradizione figurativa romano-imperiale nell'iconografia
del santo raffigurato senza aureola mentre la mano di
Dio che
sporge dal firmamento, l'incorona.
Il santo è vestito da imperatore ed ha la mano
sinistra alzata ed aperte nel gesto rituale del sovrano
che si trasformerà successivamente nel gesto
cristiano della benedizione.
E' un'iconografia a cui non siamo abituati, poiché
la raffigurazione più diffusa del santo è
quella trasmessa dalle immagini successive al XIII secolo
che attingono alla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine
e raffigurano il santo gigante intento a traghettare
da una riva all'altra d'un fiume un bimbo che si rivelerà
essere Gesù Bambino, caricandolo sulle spalle;
pur tuttavia il santo veniva già venerato prima
della diffusione della Leggenda Aurea: in un'iscrizione
del 452, scoperta ad Haidar-Pacha in Nicodemia si parla
di una basilica dedicata a San Cristoforo nella Bitinia,
a Roma in Santa Maria Antiqua vi è una raffigurazione
del santo del X secolo (san Cristoforo è raffigurato
imberbe e senza aureola) e le raffigurazioni delle vicende
della vita del santo nella basilica di Galliano prendono
spunto da leggende orientali.
L'icona
di Spurano ha forti legami iconografici con la miniatura
che raffigura Enrico II nel suo sacramentario, ma mentre
Enrico II regge nelle mani una spada e una lancia, il
santo regge con la mano destra un ramo di palma con
datteri, suo tipico attributo.
Un altro importante legame con la tradizione tardo antica
è dato dalla bellissima cornice a meandro assonometrico,
riscoperta con questo restauro che sottolinea la fascia
alta dell'affresco, così come quelli sulla parete
di fronte".
P.
Villa, "Il dipinto del S. Cristoforo di Spurano
d'Ossuccio" in "Fare Storia dell'Arte",
Ed. Jaca Book, Milano, 2000,
pag. 41-44
1)
G.A. Vergani, "Tradizione artistica nell'abside
di S. Vincenzo a Galliano: alcune riflessioni"
in "Galliano, 100 anni di storia, atti del convegno"
(25 settembre - 2 ottobre 1993), Cantù, 1995,
pp. 125-145
2) G. Lorenzoni, "La cultura artistice
dai Carolingi al Mille", in "Atti del 10°
congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo",
Spoleto, 1986
3) P. Toesca, "La pittura e la
miniatura nella Lombardia dai più antichi monumenti
alla metà del Quattrocento", (Milano, 1912)
Torino 1987, pp. 27-39; C. Bertelli, "Tre secoli
di pittura milanese, in Milano e la Lombardia in età
comunale, secoli XI-XIII", Milano 1993, pp. 178-179
|